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ANUNNAKI - La Terra degli Anunnaki -

Recensiamo la nuova antologia di racconti (edita da Italian Sword&Sorcery Books) ispirata alla mitologia sumera, tra divinità antiche, rimandi storici e propensione all’evasione.


di Lorenzo Pennacchi

Riscoprire, adattare, presentare. Negli ultimi anni le pubblicazioni di Italian Sword&Sorcery Books stanno percorrendo questa via. Da Creta ad Iperborea, dalla Rus’ di Kiev a Bisanzio, i miti, le vicende storiche e i personaggi vengono vagliati, contaminati e rielaborati alla luce degli stilemi della fantasia eroica. Le storie sono regolarmente accompagnate da brevi saggi, che contribuiscono a collocarle nello spazio e nel tempo, per comprenderne meglio le radici. In questi volumi (digitali) la spinta all’evasione è dunque accompagnata da profondi stimoli a rimanere nel mondo, (ri)scoprendone gli elementi.

La Terra degli Anunnaki, la nuova antologia collettanea di tredici racconti curata da Francesco La Manno, ci trasporta all’origine della civilizzazione, visto che «la storia dell’umanità, nel senso di una storia documentabile e documentata secondo i criteri e i canoni della storiografia, comincia in Mesopotamia, la ‘terra tra i due fiumi’, attorno alla metà del V millennio a.C., dove vede la luce la prima grande civiltà» [1], quella sumera, dall’origine oscura e suddivisa in città-stato. Continua Paolo Scarpi [2]:

« Comunque fosse avvenuto l’ingresso dei Sumeri nella Mesopotamia meridionale, essi entrano in contatto con le popolazioni autoctone, prevalentemente semitiche, ma anche con altre genti alloglotte, dalla cui presenza è rimasta traccia nell’onomastica e nella toponomastica. Tra il IV e il III millennio questa civiltà sumerica si sviluppa e dà vita a un numero crescente di città, come Uruk, Ur, Nippur, ecc., nelle quali nel corso del III millennio cominciano a dominare delle dinastie. »

All’unificazione avvenuta sotto gli Accadi (semitici) di Sargon I nel 2334 a.C., segue la disfatta del regno sumero-accadico per mano dei nomadi Gutei e la conseguente fioritura del periodo neo-sumerico capitanato da Gudea, sovrano di Lagash. Babilonesi (II millennio) e Assiri (I) caratterizzano le fasi successive della regione, determinando un quadro relazionale e plurale. Una vivacità nata in seno alla cultura sumera, al suo sistema religioso e ai suoi scambi mercantili, diffusasi poi tra gli altri popoli.

Tuttavia, ai radicali mutamenti politici non ne corrispondono altrettanti culturali, tanto che «le civiltà che si sono succedute in area mesopotamica sarebbero caratterizzate da una fondamentale identità e unità culturale, che permetterebbe di trattare omogeneamente i loro sistemi religiosi» [3], sebbene delle differenze esistano e creino non pochi problemi di interpretazione.

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Copertina di Andrea Piparo

Comunemente la religione viene intesa dalle culture mesopotamiche come perno ordinatore della società, in cui le funzioni personali e collettive si sovrappongono. Di fatto «l’universo divino, replica di quello umano, esprimeva un potere sovrannaturale, che superava la frammentazione politica delle città, rispetto alle quali appariva unitario» [4].

Il pantheon sumero è estremamente complesso, stratificato, ereditato dalle popolazioni successive e per questo soggetto a mutamenti a seconda delle prospettive adottate. Una delle possibili suddivisioni, suggeritaci da Scarpi, è quella per triadiIn questo senso, al vertice della gerarchia, risiederebbe la cosiddetta triade cosmica, costituita da An, En-lil ed En-ki, da cui emerge in maniera incontrovertibile il legame tra le diverse sfere sociali [5]:

« Queste tre figure, An che dall’alto del cielo astrale garantisce la sovranità di En-lil, il quale esercita il suo potere sul mondo dal cielo meteorico, ed En-ki, signore delle acque dolci sotterranee ma anche signore della sapienza e delle tecniche, esprimono insieme la realtà cosmica e le forme per controllarla; nello stesso tempo essi riproducono anche lo schema politico su cui si reggeva il mondo mesopotamico. »

An (o Anu), il dio del cielo astrale, viene presentato da Luca Valentini nell’Introduzione al volume come «la somma divinità, primo principio dell’universo, esistente prima e al di fuori del tempo, (che) ricomprende ogni cosa esistente, e sussiste in tutte le cose, elaborando il concetto di una unicità della natura divina, che si manifesta sotto differenti aspetti o ipostasi» [6]Queste emanazioni della divinità sono gli Anunnaki, figli di An.

La triade cosmica appare nella sua grandezza nel racconto Schiavi del cielo, servitori della terra di Giuseppe Cerniglia: «In lontananza, nel bianco uniforme del paesaggio, risaltava il luccichio del giaco dorato di tre Anunnaki. Anu camminava nella neve lasciando profonde orme; i suoi due figli, Enki ed Enlil, gli stavano dietro stringendo entrambi una lancia biforcuta fra le cui punte guizzava una scarica elettrica» [7].

La vicenda si muove sullo sfondo delle teorie pseudoscientifiche di Zecharia Sitchin, secondo cui l’umanità sarebbe il prodotto dell’ingegneria genetica degli Anunnaki. Una prospettiva che, seppur priva di alcun interesse storico-scientifico, ha una sua valenza culturale e viene riproposta anche nel testo di Alberto HenrietEnki e il signore degli inferi, dove alla creazione positiva del protagonista viene contrapposta quella infernale di Kur [8]:

« Kur ed Enki sembravano, per certi aspetti, in competizione come creatori di esseri viventi. Dal laboratorio genetico del Signore degli Inferi, emergevano, tuttavia, soprattutto creature mostruose mentre Enki amava l’umanità. Per Kur, i sui figli erano esseri umani aumentati nei poteri grazie alle contaminazioni con altri codici genetici non umani. Enki considerava invece abominevoli gli esperimenti del dio degli Inferi. »

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Enki/Ea

Inferi [9] che ritornano nella Lacrima di Inanna di Andrea Gualchierotti, in cui il protagonista, il principe Ur-Agga, è inviato da Tizqlar, sommo sacerdote della dèa, a recuperare il manufatto nel mondo sotterraneo governato da Eresh-Kigal. L’autore, coniugando abilmente le tradizioni sumere agli elementi fantastici, plasma la vicenda a partire da uno scontro dinastico per la successione al trono di Shuruppak tra Ur-Agga, devoto a Inanna, e suo cugino Gabbal, manovrato dai chierici di Enlil, evidenziando fin da subito la pochezza umana dinnanzi ai piani divini [10]:

« Da secoli la dèa Inanna vegliava, dalla sua piramide sacra, sulle sorti di Shuruppak, una veglia che per i suoi accoliti umani, raccolti attorno alle soglie di bronzo e pietra del gran tempio, significava potere. Ma anche Enlil era un dio potente in Sumer, un signore fra gli Anunnaki, e Ur-Agga sapeva che pur nascosti allo sguardo degli uomini nei loro sacelli inviolabili, gli dèi bramavano di espandere i loro regni, e agivano senza timore contro i loro fratelli celesti. Le città dei mortali erano come vessilli di gloria per loro, domini da contendersi. Un brivido di orrore e timor sacro gli risalì per la colonna vertebrale, immaginando quali risoluzioni fatali potevano aver preso i numi riguardo il destino di tutti loro, pedine di carne in una partita infinita. »

Tizqlar ricorda a Ur-Agga che il nuovo sovrano non è tale se non viene consacrato dal matrimonio con la propria dèa e, affinché ciò avvenga, deve entrare in possesso della lacrima (la seconda e mancante), frutto del metallo sgorgato direttamente dall’occhio della divinità. Gualchierotti recupera il principio di successione mesopotamico, in cui la sfera politica non è affatto autonoma da quella religiosa. Il lugal, ovvero il re, «è tale in quanto sposo della dea Inanna» [11], anche se questa unione «non comporta uno statuto divino per il sovrano né la sua immortalità» [12], quanto il ruolo di vicario in terra.

Inoltre, nella mitologia sumera, è la stessa Inanna a discendere nelle profondità, governate da sua sorella Eresh-Kigal. Qui il mito della Signora del cielo viene ricalcato dalla catabasi del protagonista, che al termine della sua missione, si ritrova dinnanzi alla Signora degli inferi, presentata come un essere abominevole: «La dèa era un ammasso di carne viva, rossa e pulsante come quella di uno scuoiato; la sua forma poteva assomigliare lontanamente a quella di un altare per i sacrifici, tozza e circolare, e strani filamenti sottili, come capelli traslucidi o tentacoli di una medusa, fluttuavano allungandosi dal suo corpo nel brodo primordiale che l’avvolgeva» [13]. Ur-Agga, riuscito apparentemente nell’impresa, dovrà arrendersi ad una sorte beffarda, dimostrandosi un’impotente pedina di carne umana al pari di molte altre.

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Inanna/Ishtar

In Fratelli di Sangue Gilbert Gallo adatta la figura iconica di Gilgamesh e di suo “fratello” Enkidu. Il racconto si muove sullo sfondo di una doppia creazione. La prima di Gilgamesh, nato schiavo sotto Enlil, e la seconda di Enkidu, plasmato libero da Ziusudra, al quale lo stesso protagonista si rivolge disperato: «Supremo Ziusudra, il mio nome è Gilgamesh e sono giunto fino qui per chiedere il vostro aiuto. Sono stato creato da Enlil e si avvicina il giorno del mio ritiro. Dopo aver conosciuto Enkidu, non voglio altro se non essere come lui: libero ed immortale. Vi prego, o eccelso, aiutatemi» [14].

Dopo essere stato liberato dall’influenza di Enlil, Gilgamesh si unisce ad Enkidu in una tragica impresa, finalizzata all’annullamento della propria condizione mortale e all’avvento del regno di Ziusudra, che si compie nella ziqqurat d’oro, come una sorta di rito. Del resto, nelle società mesopotamiche, è sulla sommità della ziqqurat che sorge il tempio vero e proprio, che, «come conferitore di senso nei confronti dell’universo cittadino, diventa il centro attorno al quale gravita l’intera vita della città» [15].

Il tema del ritiro ha la sua eco nel concetto della Transizione presentato in Esso Vede del duo Mazza-Sensolini, che, con la loro fantasia eroica pregna di sana ignoranza, preannunciano il ritorno degli Anunnaki attraverso Tiamat, le acque salate primordiali [16]:

« Non una Dea. L’essenza da cui germinano i poteri divini. Un fluido a più dimensioni, cieco e idiota, che gorgoglia senza requie dalla notte dei tempi. Sotto di noi, dentro di noi. Nell’acqua delle nostre libagioni, delle abluzioni, delle piogge. Il mestruo a cui gli Anunnaki superstiti impastarono l’argilla umana, per ipotecare il loro ritorno. »

Così i racconti de La Terra degli Anunnaki comunicano tra loro, si rimandano a vicenda, offrono interessanti spunti di ricerca, ma, allo stesso tempo, chiedono ai loro lettori la capacità di andare al di là delle fonti e delle minuzie filologiche. Il reale viene recuperato allo scopo di essere superato, di sconfiggere il mero dato fattuale e di farci rimanere inermi dinnanzi alle antiche divinità. Scombussolati e attoniti, come Thraseos al termine della sua Discesa narrata da Gabriele Campagnano [17]:

« Due uomini gli stavano venendo incontro. Erano alti come… come… Le piramidi dei Faraoni… C’era da diventare pazzi, a contemplare il loro incedere lento e gli stormi di strani volatili che gli volteggiavano intorno. Tutto sembrava fuori misura, semplicemente inconcepibile. Per quanto avesse tentato di ricacciare indietro quel pensiero orribile, per quanto avesse ripetuto a sé stesso di rimanere razionale, ora non poteva più negare la realtà. Era in un altro mondo. »

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Epopea di Gilgamesh

Note: